Che cosa accade quando un fotografo naturalista assiste impotente alla sofferenza di un animale colpito durante una battuta di caccia? In questo racconto, tratto da un'esperienza realmente vissuta, descrivo un episodio che mi ha fatto comprendere che cosa sia realmente la caccia. Una storia che invita a riflettere sulla sofferenza che la caccia provoca agli animali e sul rapporto tra l'uomo e la fauna selvatica.
Tempo di lettura: 5’
Pubblicato: 24.09.2021 · Aggiornato: 22.04.2026

Quando la caccia mostra il suo vero volto
Sto ancora dormendo ma sento un gran freddo... non capisco perché faccia così freddo... “dove diavolo mi trovo?”… vorrei continuare a dormire e così mi stringo le braccia al petto per scaldarmi un po’... ma ho ancora freddo... e poi sento un certo fastidio in fondo alla schiena... ahi che male... mi giro ma è ancora peggio... adesso è come se avessi qualcosa conficcato nel fianco... mi giro di nuovo sulla schiena... e alla fine socchiudo leggermente gli occhi... e... sopra di me... vedo un cielo terso e stellato, come solo nelle più limpide notti d’autunno si può vedere e subito mi rendo conto di non essere nel mio letto; sono a circa 2.000 m di quota e sono sdraiato nel mio sacco a pelo all’interno di una specie di piccolo avvallamento, circondato da grossi massi grigi. Allento un pochino il laccio che chiude il cappuccio del sacco a pelo e sfilo una mano per guardare che ore sono... mmh... sono quasi le 5:00 ... meglio alzarsi. Ieri sera sono salito apposta per essere già sul posto, alle prime luci dell’alba e non voglio farmi trovare impreparato quando inizierà ad albeggiare.
Così, senza fare rumore, esco lentamente dal sacco a pelo e indosso il piumino, tiro fuori dal sacco da bivacco gli scarponi, me li metto e mi siedo sullo zaino. Prendo la thermos del tè e me ne verso una tazza e, mentre sorseggio il tè, alzo nuovamente gli occhi verso il cielo stellato... è stupendo... Dovrei cominciare a prepararmi ma non riesco a staccare gli occhi dall’immensa volta celeste che mi sovrasta e mi avvolge... incorniciata dal profilo nero delle imponenti montagne che mi circondano; è difficile descrivere la magnificenza del cielo stellato in montagna... soprattutto durante le terse notti autunnali... è qualcosa di indescrivibile... ti mette in contatto con l’immensità dell’universo che ci circonda... costellato da infiniti pianeti che, con tutta probabilità, saranno popolati da molteplici forme di vita... E mentre mi godo questo spettacolo immenso, con la coda dell’occhio, vedo dei fari salire lungo il versante della montagna... “oh no... che palle... eccoli che arrivano”... Durante tutto l’anno, grazie a Dio, non si vedono quasi mai in montagna, ma in autunno te li trovi sempre tra i piedi; salgono in montagna con i loro fuoristrada e sparano con carabine che potrebbero uccidere una persona anche a distanze enormi … “beh meglio non pensarci... speriamo che non vengano da questa parte!”
Così decido di concentrarmi su quello che sono venuto a fare e quindi comincio a preparare l’attrezzatura: tiro fuori dallo zaino il teleobiettivo e la macchina fotografica, assemblo il tutto e mi apposto dietro uno dei grossi massi che mi circondano, gli stessi massi che mi hanno protetto dal vento durante tutta la notte.
Fa un gran freddo ma ormai l’alba è vicina e tra breve ci sarà abbastanza luce per fotografare, quindi meglio tenere gli occhi aperti; fra poco, se sarò fortunato, inizieranno ad arrivare i camosci e sarà bellissimo... E infatti, poco dopo, avvisto un gruppetto di camosci, purtroppo però sono a circa 100-150 m, troppo distanti per fare delle belle fotografie; quindi li osservo un attimo attraverso il mirino della macchina fotografica e poi mi giro subito dall’altra parte per tenere sotto controllo il prato di fronte a me. La scorsa settimana, in quello stesso posto, avevo fotografato un camoscio a 5-6 metri di distanza... bellissimo!
Erano gli anni ’90 ed io usavo una macchina reflex, equipaggiata con un teleobiettivo da 500 mm quindi, per fare delle belle foto, bisognava stare a non più di 20-30 m dall’animale. A quei tempi, quelle erano le distanze utili per fotografare i camosci; con i cervi era un po’ meglio, ma comunque, a far bene, anche con loro bisognava stare sotto i 50 m, cosa tutt’altro che facile!
Ad un certo punto, mentre fisso il prato di fronte a me, nel silenzio più assoluto... sento una fucilata che mi fa sobbalzare e subito dopo... una seconda... mi giro di scatto e vedo che i camosci di prima stanno scappando però, quasi istantaneamente, mi accorgo che uno di loro è ancora lì... Prendo il binocolo per capire meglio cosa stia facendo e vedo che il camoscio è a terra e penso che sia morto... però, subito dopo, vedo che si muove... “cazzo!... è ancora vivo!”... è in una posizione stranissima... adesso si alza sulle zampe anteriori... mentre quelle posteriori le tiene distese a terra... “cosa cazzo gli hanno fatto?!”... ha la pancia appoggiata a terra e adesso comincia a camminare con le zampe anteriori... trascinandosi dietro le quelle posteriori... come fossero morte ... si trascina per qualche metro... e poi si ferma.
Adesso è sorto il sole... e riesco a vedere chiaramente la striscia di sangue che ha lasciato su un sasso piatto posto a filo del terreno. Il camoscio tenta ancora di trascinarsi con le zampe anteriori, ma sembra sempre più debole... non ce la fa più a muoversi. Adesso il sole lo illumina completamente e capisco che lo hanno colpito alla schiena... “probabilmente il proiettile gli avrà rotto la spina dorsale”... vedo che sul sasso c’è molto sangue... sangue rosso vivo... Da bambino ho già visto quel sangue ... e so cosa significa... il camoscio non ha alcuna speranza... è spacciato...
Stacco un attimo gli occhi dal binocolo e vedo tre individui che, dalla malga, si dirigono vero il camoscio con passo spedito. Guardo con il binocolo e vedo che uno di loro ha il fucile e penso “che cazzo stai aspettando?... Sparagli e finiscilo!”... Li guardo ancora ma, quello armato, ha il fucile in spalla e non sembra avere intenzione di sparare e così penso “probabilmente vorranno avvicinarsi di più per essere sicuri di finirlo”. Guardo ancora verso il camoscio... e vedo che è ancora vivo... è lì... fermo... ritto sulle gambe anteriori...ha il collo in una posizione stranissima... completamente allungato... e purtroppo... con il mio binocolo Swarovski, a quella distanza, riesco a vedere bene anche il muso del camoscio... ha un’espressione incredibile... sembra che gli occhi gli stiano per schizzare fuori dalle orbite... non dimenticherò mai quegli occhi... e la rabbia comincia a salire...“che cazzo aspettate? perché non lo finite?” Dopo un pò i tre cacciatori raggiungono il camoscio e io penso “finalmente sono arrivati... adesso gli spareranno.... e metteranno fine alle sue sofferenze” ... e invece no ... i tre cacciatori si fermano ad un paio di metri dal camoscio... vedo che si parlano... tirano fuori qualcosa e se la passano, prima uno, poi l’altro e capisco che stanno brindando da una piccola fiaschetta in metallo, poi due di loro si accendono una sigaretta, mentre il terzo tira fuori qualcosa dallo zaino. Ad un certo punto uno si avvicina al camoscio, si mette la sigaretta in bocca e lo afferra violentemente per le corna... il camoscio sembra impazzito... si dimena tutto... ma non può muovere la parte posteriore... allora l’altro con la sigaretta gli salta addosso... e gli mette un piede sulla schiena... e con lo scarpone... lo tiene schiacciato al suolo ...poi lo afferra anche lui per le corna... Io comincio ad incazzarmi seriamente... “cosa cazzo stanno facendo?”... e alla fine capisco... i due che tengono fermo il camoscio si mettono in posa... mentre il terzo inizia a fare delle foto...
Io inizio ad imprecare... e d’istinto mi alzo in piedi per correre verso i tre cacciatori... non desidero altro che prenderli a sberle... ma poi inizio a ragionare... penso che sono armati... e comunque, anche se riuscissi ad avere la meglio... probabilmente non otterrei nulla... se non una condanna per aver aggredito tre poveri cacciatori... che non stavano facendo del male a nessuno...
Così... in fretta in furia, avvolgo la macchina fotografica nel sacco a pelo, infilo tutto nello zaino alla meno peggio e mi incammino di passo spedito verso il sentiero che porta in valle.
Mentre scendo cerco di non pensare a cosa stiano facendo a quel povero camoscio... cerco di sbollire la rabbia ... penso che comunque non avrei potuto fare nulla per salvare quell’animale dai cacciatori...purtroppo la caccia è legale…
E di nuovo mi torna in mente lo sguardo di quel camoscio... e la rabbia riprende a salire... quei tre avrebbero potuto ucciderlo subito con un'altra fucilata... senza prolungare ulteriormente la sua sofferenza.... Perché non lo hanno fatto?... non gli sarebbe costato nulla... se solo avessero avuto un minimo di rispetto per quell’animale... avrebbero potuto sparargli subito un altro colpo mortale... ma io... non ho più sentito alcuno sparo...
Nel caso questo racconto ti sia piaciuto ti consiglio di leggere anche questo: Cos’è realmente la caccia – Atto I. Intanto ti ringrazio per aver letto questo testo e ti aspetto su DI UOMINI E ALTRI ANIMALI per il prossimo articolo.
ing. Nicola Paoli
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