
Cinofilia significa amore per i cani. Ma allora per quale motivo nell’addestramento del cane si vedono ancora usare metodi coercitivi basati sulla sottomissione del cane?
Il motivo, a mio giudizio, va ricercato nella credenza popolare che il cane, in quanto discendente dei lupi, abbia bisogno di un capobranco dominante e che quindi per farsi obbedire e rispettare dal cane sia necessario sottometterlo.
In realtà gli etologi che studiano i lupi allo stato brado ci insegnano che, all’interno dei branchi naturali, gli individui che guidano il branco non usano quasi mai la violenza per sottomettere gli altri membri del branco ma, al contrario, sono quasi sempre i membri del branco a comportarsi spontaneamente in modo deferente nei loro confronti perché ne riconoscono spontaneamente l'esperienza e la competenza.
L'approccio coercitivo
Queste false credenze sui lupi, storicamente hanno portato a sviluppare dei metodi di addestramento basati sulla sottomissione del cane mediante pratiche più o meno violente e cruente; questi metodi tradizionali vengono comunemente definiti metodi coercitivi e si basano sull’uso della punizione per addestrare il cane ad attuare dei comportamenti che quest’ultimo deve eseguire in modo meccanico quando l'uomo dà il relativo comando. Uno dei tanti problemi dei metodi coercitivi è che il cane tende spesso a sviluppare comportamenti aggressivi o fobici in risposta alle violenze subite.
L'approccio gentile
Negli anni ’90, in contrapposizione ai metodi coercitivi, sono nati i cosiddetti metodi gentili che si propongono di addestrare il cane senza imporsi con la violenza. Nei metodi gentili il cane apprende a eseguire i comportamenti desiderati senza ricorrere alla coercizione. Tuttavia, quando il percorso educativo si concentra prevalentemente sull'insegnamento dei singoli comportamenti, il rischio è che il cane impari soprattutto a rispondere ai segnali del conduttore, senza sviluppare pienamente le competenze cognitive e relazionali necessarie per affrontare situazioni nuove.
L'approccio cognitivo-relazionale
Negli anni 2000 in Italia viene introdotto l’approccio cognitivo-relazionale, che è quello che uso io. Questo approccio è stato sviluppato per superare i limiti sia dei metodi coercitivi sia dei metodi gentili, ponendo al centro il cane come individuo dotato di capacità cognitive, emozioni e competenze sociali.
L’approccio cognitivo-relazionale si basa infatti sul presupposto che il cane è un essere senziente in grado di provare emozioni, pensieri e sentimenti e dotato di una grande intelligenza sociale. Tale assunto si basa sui risultati delle relativamente recenti ricerche degli etologi cognitivi come Mark Bekoff che hanno fornito solide evidenze del fatto che gli animali (ad oggi è stato provato scientificamente solo per i mammiferi e gli uccelli) provano emozioni e possiedono capacità cognitive comparabili, per molti aspetti, a quelle della nostra specie.

L'obiettivo dell'educazione: sviluppare competenze, non solo comportamenti
Preso atto che il cane ha delle capacità cognitive e una complessa vita emotiva e sociale, il percorso educativo basato sull’approccio cognitivo-relazionale, non ha come obiettivo primario quello di insegnare al cane dei semplici comportamenti da eseguire in modo meccanico in seguito ad un comando, bensì quello di sviluppare delle competenze che il cane possa usare per comportarsi in modo adeguato in ogni situazione.
Come dici? Ti sembra impossibile? No no invece … è possibile. Bisogna utilizzare i metodi giusti ma è possibile. E’ difficile? … Beh … sicuramente è più complesso rispetto a dare una bastonata al cane ogni volta che fa qualcosa che non ci piace… però questi metodi consentono di avere al tuo fianco un cane sereno, dotato di un adeguato equilibrio mentale.

È un po' come nell'educazione dei figli: si può chiedere al bambino di reagire ad una determinata situazione con un comportamento facendo leva sulla paura della punizione oppure aiutando il bambino a capire che è opportuno reagire in un certo modo. Nel primo caso il comportamento emesso dal bambino dipende dal controllo dell'adulto e dalla paura della punizione; nel secondo nasce dall’acquisizione di una specifica competenza comportamentale che lo aiuta a reagire in modo adeguato alle varie situazioni.
In sostanza, a mio giudizio, l'obiettivo dell'educazione non è ottenere un cane che obbedisce per paura o per ricevere un premio, ma aiutarlo a sviluppare le competenze comportamentali necessarie per affrontare serenamente le situazioni della vita quotidiana.
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